Incontro all’Hotel Santa Lucia con Louis Vinicio.

Piacevole d interessante intervista con l’indimenticabile Vinicio da tutti definito ‘O Lione, per la sua forza e caparbietà. LUIS Vinicio ha giocato con Garrincha, segnato 155 gol in Italia (uno meno di Gigi Riva) e traghettato, da allenatore spettacolare e rivoluzionario, il calcio italiano in una nuova epoca. Dopo Rocco e prima di Sacchi c’è stato il suo Napoli all’olandese, arrembante e divertente, uno spettacolo. Perse uno scudetto per colpa di Altafini, si dimise prima di vincere la Coppa Italia, in protesta con Ferlaino per la cessione di Clerici. Per tutti è ’o lione, il brasiliano tedesco, tecnica sopraffina e fisico possente che vanta ancora oggi, a quasi 85 anni. Vinicio, da Napoli non è più andato via: perché? «Merito di Bruno Pesaola, mi ha preso sottobraccio e mi ha protetto come un fratello. Poi è stato facile ambientarsi, Napoli era una storia scritta nel mio destino». Arrivò nel 1955, a 23 anni: 55 milioni per strapparla al Botafogo. «Eravamo in tournée in Italia, mi volle l’allenatore del Napoli, Monzeglio. Prima di firmare chiamai mia madre in Brasile: scegli quello che è meglio per te, mi disse. Altri tempi. Conobbi Lauro nel suo ufficio, mi accolse con uno dei suoi ceffoni paterni. Pensai di essere capitato in un manicomio, ma quando andai a pranzo al Borgo Marinari mi accorsi che era il paradiso». Il destino si manifestò subito. «In via Caracciolo vidi una Buick argento e blu. Alla guida c’era Flora, eravamo fidanzati in Brasile ma suo padre non voleva che sposasse un calciatore. Feci inversione, Flora era in Italia con la famiglia. Non ci lasciammo più». Le bastò poco anche per fare innamorare i tifosi, ricorda?«Prima di campionato, il Torino al Vomero. Batto il calcio d’inizio, Amadei passa indietro a Castelli, lancio di trenta metri che ricevo in corsa, diagonale di destro e gol. All’epoca si disse che erano passati 40 secondi, ma erano molto meno: 17, sicuro». I ricordi indimenticabili… «Il 4-3 alla Juventus con 40 mila persone sugli spalti e altre 5 mila a bordocampo, sulla pista. L’arbitro Lo Bello ci autorizzò a giocare, vincemmo al 90’. Alla Juve segnai un gol anche la domenica dell’inaugurazione del San Paolo, nel 1959: quel giorno c’erano 80mila persone e mi sentivo al Maracanà». I problemi quando iniziarono? «Quando mia moglie ebbe una gravidanza difficile. Non c’ero con la testa e la domenica non rendevo. L’allenatore s’inventò un infortunio, fui ceduto al Bologna nel ‘60. Conservo nel cuore il ricordo di uno striscione del San Paolo: vendetevi l’anima, non Vinicio». Continuerà a segnare altrove. «Bologna e Vicenza, dove vinsi la classifica dei cannonieri. Una breve parentesi all’Inter, con Helenio Herrera non scattò il feeling. Feci il turista, ne approfittai per imparare a sciare. L’anno dopo, col Vicenza affrontai l’Inter e il Mago mi chiese se giocassi ancora: gli feci due gol, a fine partita andò a nascondersi nel bagno». È stato un allenatore rivoluzionario, il primo in Italia ad adottare la zona: da che idea partì? «Giocare in Italia mi sembrava facile, col libero potevo stazionare 90’ nell’area di rigore. Il primo concetto era dare all’avversario meno campo, potevamo farlo solo tenendo la difesa molto alta. Iniziai con l’Internapoli in serie C, avevo Wilson e Chinaglia e sfiorammo la promozione. Nel 1973 mi chiamò Ferlaino».Col Napoli un terzo e un secondo posto, la beffa del gol di Altafini… «Volavamo. Peccato per le due sconfitte con la Juve, 6-2 in casa dopo una massacrante trasferta di coppa in Cecoslovacchia e 2-1 al ritorno. Quel giorno dominammo, ci beffò allo scadere Altafini che Carlo Iuliano, inviato dell’Ansa, chiamò per primo core ’ngrato». Resta un rimpianto? «No, in città ci ricordano tutti, per qualcuno il mio Napoli era più bello di quello di Maradona. E di certo non avevamo gli stessi fuoriclasse. C’è mancato un titolo. Ma ai miei ragazzi dico sempre che dobbiamo essere orgogliosi di quei due anni, abbiamo aperto un nuovo capitolo nel calcio italiano chiudendo la parentesi del calcio brutto di Rocco ed Herrera». Lo scambio Clerici-Savoldi col Bologna fu il primo passo verso l’addio. «Del gringo avevo bisogno, con Savoldi avrebbe fatto scintille. Invece Ferlaino pensò agli abbonamenti, per arrivare a Savoldi sacrificò Clerici. Eppure quella stagione iniziò bene, a dicembre vincemmo all’Olimpico con la Lazio e per la prima volta i nostri tifosi, almeno trentamila, cantarono “Oj vita mia”». ’O lione: perché? «Un giornale di Rio mi celebrò con una poesia: Vinicio, il tuo nome è perfetto, tu hai nel petto il cuore di un leone. Me lo sono portato appresso». Chi le assomiglia oggi? «Vieri qualche anno fa, oggi non saprei. Ma i più grandi che ho visto erano Garrincha e Nilton Santos». Il Napoli di Sarri è come il suo? «La voglia di dare spettacolo ci accomuna. Il mio Napoli è stato un vanto per l’Italia, Ameri disse che non aveva mai visto un calcio come quello di Vinicio. Un altro allenatore, in Europa, ammise di aver rivisto l’Olanda di Cruijff in maglia azzurra». Lo scudetto chi lo vince? «Questo campionato sembra ancora targato Juve,ma è a disposizione di Roma e Napoli».. È vero che il suo Napoli era più bello del Milan di Sacchi? «Arrigo passò un’estate ad osservare i nostri allenamenti in ritiro, venni a saperlo anni dopo. Quel Milan però ricorreva al fallo tattico per fermare l’azione. Noi non l’abbiamo mai fatto, noi eravamo leali». La ringrazio ed alla prossima, sperando di festeggiare lo scudetto del Napoli.

Alberto Alovisi